Su molti alberi, le gemme hanno iniziato a dar vita a fiori e foglie.
La stagione invernale, muta in una Primavera che procede a sbalzi, accentuando ogni situazione estrema.
Si passa, magari nell’arco di una stessa giornata, da un’afa innaturale satura di sabbia desertica, a un fresco portato dal vento che sfiora le cime delle montagne ancora innevate.
La stagione cambia, ma risente del cambiamento climatico, che tropicalizza le giornate.
Molti negozi anticipano l’arrivo di una stagione più mite, e cambiano le merci in vendita, in ogni settore, quasi. E dentro i negozi, si muovono commessi e commesse, che, talvolta, non mutano anch’essi col cambio di stagione, e, altre volte invece, sono in un luogo di lavoro per un periodo, e poi scompaiono, sostituite, o sostituiti, da altri.
Chi debba acquistare un prodotto, conosce il luogo fisico in cui si trova il negozio e ne conosce il nome, e il settore in cui opera; e si reca nello stesso luogo, per abitudine, o convenienza, o prossimità, a fare i propri acquisti, ignorando, se la proprietà di quel negozio resti la stessa, o muti, e, caso mai, per quali ragioni; allo stesso modo, spesso, s’ignora il commesso o la commessa che ci aiuta negli acquisti. Spesso, si tratta di volti e caratteristiche che, rapidamente, dimentichiamo, e di cui, ancor più spesso, non conosciamo nulla. A noi, verrebbe da dire, interessa solo l’atto dell’acquisto, del consumo; di tutto quello che rende possibile il soddisfacimento di una scelta di acquisto, ci interessa poco, spesso, o nulla.
Eppure, davanti a noi abbiamo persone: Lavoratrici o Lavoratori il cui tempo (compresi i sabati e le domeniche e quasi tutti i festivi, anche), e la cui fatica, sono retribuiti (spesso eludendo leggi e contratti), secondo certe condizioni, quasi tutte però, declinate sotto il segno della vita “a termine”.
Una persona che lavori, e che noi vediamo dietro una vetrina, può trovarsi a sperimentare su sé stessa, tutto, o quasi, l’arco delle combinazioni lavorative possibili, sommate magari al cambio di nome del proprio datore di lavoro che, per ragioni imperscrutabili, o forse chiarissime, ogni certo periodo di tempo chiude un’impresa – licenziandone i dipendenti, che poi riassume, magari a condizioni peggiorative, e certo risparmiando in busta paga gli Scatti d’Anzianità – e la riapre, mutandole il nome, senza però cambiare il luogo dove esercita la propria attività.
La nostra è la storia di una commessa, che inizia a lavorare a 23 anni, e che per undici anni (undici ! ), con brevi intervalli, resta alle dipendenze dello stesso datore di lavoro che, però, cambia nome all’azienda cinque (cinque !) volte.
E, come accade nel cambio delle stagioni, con lo stesso datore di lavoro, cambiano i nomi, e cambiano i contratti. In questo modo, ogni azienda che formalmente subentra, la può assumere, licenziare e riassumere, ma sempre come apprendista ( per un periodo anche part-time ), per ben quattro ( quattro !) anni di seguito, e poi come lavoratrice con contratto a chiamata ( quei contratti che consentono di avere una persona assunta, ma impiegata e retribuita solo quando le si chieda effettivamente di lavorare: il resto del tempo, l’attesa, non è retribuita ), e anche come lavoratrice con contratto a termine e addirittura, attraverso i cosiddetti Voucher ( che dovrebbero essere uno strumento, a disposizione delle imprese, per lavori accessori o straordinari, e non invece, come accade quasi sempre, per retribuire in modo indecoroso un normale impegno di lavoro ).
Sempre per la stessa azienda, che, ogni tanto, cambia nome
Il contratto di apprendistato consente di pagare contributi e salario in forma molto ridotta, anche a fronte di un lavoro che può richiedere l’assunzione di responsabilità importanti, come può accadere, ad esempio, in una gioielleria.
I contratti a termine, uniti al cambio di nome aziendale, consentono all’impresa di non assumere alcuna responsabilità, di fronte alla Lavoratrice, che, invece, è sempre sotto ricatto: sempre in attesa che un contratto sia rinnovato: se si “comporti bene”, evidentemente.
E quando si sia assunti con Contratto a Chiamata, si è sempre a disposizione delle sole ragioni d’impresa, e l’attesa, che pure potrebbe esserlo secondo la Legge, non è retribuita; è solo attesa, in mezzo al nulla: senza salario, e senza prospettive.
Eppure, la nostra Lavoratrice, resiste, e va avanti. Dopo il diploma alle scuole superiori, aveva intrapreso dei percorsi formativi, proprio dedicati all’oreficeria, e, per seguire questa sua passione, non si tira indietro.
Le stagioni, per lei, cambiano vorticosamente, ma i giorni sono sempre grigi, e sotto la cappa pesante del ricatto occupazionale.
In quanti modi lo abbiamo sentito esprimere ?
“Questo è, e se non ti piace, quella è la porta…”
“Siamo tutti una grande famiglia, e tutti dobbiamo fare dei sacrifici…”
“Non preoccuparti, tanto tra un mese o due ti richiamo…”
Ma, qualunque sia il modo, il messaggio di fondo è sempre lo stesso: la Lavoratrice è subordinata alle ragioni del datore di lavoro e non ha difese, potendo il datore di lavoro, utilizzare in modo elusivo, tutte le forme contrattuali che la Legge gli mette a disposizione. Nessun organismo pubblico di controllo, andrà a verificare il corretto svolgersi di un contratto di apprendistato o che l’impiego attraverso un Voucher, sia episodico e necessitato da una particolare situazione, per non parlare della liceità di contratti a termine più e più volte ripetuti.
E nessuna associazione di imprese richiamerà, alla correttezza e ad una trasparente concorrenza, quella ditta – in difesa delle aziende che applicano norme e salari previsti da Leggi e Contratti Nazionali di Lavoro, sottoscritti dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative -.
E’ questo, il vero nodo che divide la società italiana, tra una minoranza di furbi, e una maggioranza di persone per le quali è stato costruito, negli anni, un sistema che somiglia a quello feudale dei “servi della gleba”. Le persone sono legate ad un lavoro, senza poter essere libere, ma poste sempre invece in stato di necessità: costrette, per usare la parola giusta; anche per le condizioni generali del Mercato del Lavoro, certo non tenere, con donne che abbiano sì un diploma di Scuola Media Superiore, ma nessuna particolare specializzazione, se non quella di saper lavorare a contatto con le persone, con i clienti.
Nei periodi in cui era assunta con “Contratto a Chiamata”, la nostra Lavoratrice s’ingegna a fare anche altri due, o tre lavori insieme. Ma di nuovo, sempre con contratto di apprendistato, anche part-time. Lavora anche nel cosiddetto “marketing”; nella promozione cioè, per brevi periodi, spesso all’interno di grandi supermercati, di determinati prodotti offerti alla prova dei potenziali clienti.
Se non tutto, certo, tanto, per poter costruire un salario dignitoso a fine mese.
Perchè lei vive da sola, da tempo, e senza l’aiuto dei genitori.
E, per poterselo permettere, deve sottostare: all’apprendistato che prevede ben due giorni di formazione in tutto il periodo; alle buste paga che segnalano un impiego ad orario di lavoro ridotto, mentre invece l’orario di lavoro era pieno; e deve accettare di dimettersi, per poter accedere ad un nuovo contratto di apprendistato. E i contratti a chiamata, che sono due ( uno per sostituzione di lavoratrice in maternità ), con diversi datori di lavoro, finiscono col durare, complessivamente, oltre due anni e mezzo.
In sostanza lei, è l’unica a rinunciare ai cambi di stagione.
Per lei, è sempre un autunno triste; con le giornate progressivamente sempre più buie, e la prospettiva di un lungo inverno davanti a sé.
Dopo oltre quattordici anni di questa condizione, di sé, dice d’essere stanca. Vorrebbe un po’ di stabilità. E, addirittura, si chiede se non sia una qualche sua carenza, che le abbia fatto incontrare sempre situazioni in cui il potere unilaterale dell’impresa, senza alcun controllo di Legge, si esprime attraverso la totale indifferenza nei confronti del lavoro, e della Lavoratrice.
Quando entriamo in un negozio, potremmo avere davanti una delle migliaia di repliche di una storia come questa, che testimoniano con il loro vivere, come, dopo decenni di smantellamento di Leggi e Contratti a tutela delle persone, prima ancora che del lavoro dipendente, su una parte larghissima della società si eserciti un potere del tutto arbitrario e in nessun modo temperato da contrappesi giuridici e contrattuali.
L’idea, è che sia il Mercato, a trovare un equilibrio, in una prospettiva di sviluppo. E questa favola, da decenni, serve solo a mettere un potere insindacabile nelle mani di pochi, a danno dei tanti e delle tante. E a peggiorare evidentemente, le condizioni materiali di tante e di tanti, cui è richiesto solo di accettare le condizioni di lavoro offerte, e di tacere.
Questa condizione ha prodotto una società in cui la vita inizia solo fuori dai cancelli di un’azienda o dalle vetrine di un negozio, perché il tempo di lavoro, non è tempo di vita, ma solo di subordinazione. Una società in cui le diseguaglianze si allargano a dismisura, proprio come nella società feudale dei “servi della gleba”.
Ma questa condizione, simile a centinaia e migliaia di altre, racconta anche di una città, Aquila, in cui i processi di ricostruzione del dopo-sisma, non hanno messo in moto dinamiche di sviluppo, ma solo, o quasi, di predazione. Comprimere le condizioni di lavoro, non serve neppure ad accumulare risorse per futuri investimenti, ma solo a gonfiare i conti improduttivi, magari investiti in finanza, di tanti imprenditori col lavoro degli altri. E racconta di una città, Aquila, in cui la ricattabilità del lavoro e la sua precarietà, non permettono di immaginare il futuro alle generazioni più giovani, impegnate, per lo più, a sopravvivere.
La Lavoratrice sta ragionando sulla possibilità d’aprire un’attività in proprio, che, in questo caso, non sembra essere un tentativo di allargare i propri orizzonti e di scommettere sulle proprie capacità e competenze; ma solo un tentativo di fuga da una situazione percepita come irrimediabilmente immutabile.
Molto ci sarebbe da dire, sulle possibilità e le strade da percorrere per mutare quello che sembra essere un destino già scritto; a partire dalla necessità di cancellare una serie di Leggi che hanno reso possibile simili furti di respiro alla vita delle persone; oggi, possiamo solo fare il tifo per questa Lavoratrice, nel frattempo nuovamente disoccupata, perché realizzi le sue idee di futuro.
Nonostante una condizione che indurrebbe solo al pessimismo.