“Ma te pare ‘na cosa normale ?”
Domanda con la sua inconfondibile voce Marco Giallini.
Nel film “FolleMente”, impersona una razionalità maschile, abbastanza chiusa ed indisponente, che vorrebbe mettere sotto il proprio controllo il lato erotico dell’uomo; quello romantico, e quello svagato e un po’ cinico.
Claudio Santamaria, Maurizio Lastrico e Rocco Papaleo, interpretano, rispettivamente, ciascuna delle caratteristiche di una possibile mente di uomo; nello specifico, quella di Edoardo Leo, protagonista del film, e dentro la cui testa, si svolgono le discussioni tra tutte le sue diverse caratteristiche, per provare ad orientarne il concreto comportamento.
Analogamente, nella testa della protagonista femminile, Pilar Fogliati, si svolgono le discussioni tra Claudia Pandolfi, che impersona un lato di donna razionale e radicalmente femminista; Emanuela Fanelli, che privilegia il lato fisico del rapporto tra un uomo e una donna; Valeria Puccini, perdutamente sentimentale e romantica, e Claudia Giannetta, una personalità che vorrebbe forzare le regole, in ogni situazione.
Cosa possa accadere, nella testa di un uomo e di una donna che si avvicinano l’una all’altro, perché tra loro vagamente attratti, ma molto timorosi, è il gioco sorridente che il film propone agli spettatori, forse con l’ambizione d’essere una sorta di mappa che cerchi di orientare uomini e donne, che paiono oggi spaventati, innanzitutto, dalla relazione con l’altro.
Ha un bel chiedere, la razionalità, se vi sia qualcosa di normale entro la relazione tra un uomo e una donna. Di qualsiasi tipo sia, e soprattutto se abbia l’ambizione di trasformarsi in amore.
Verrebbe da dire che una “norma” capace di definire una “normalità”, in realtà, non esista.
In questa parte di mondo, per quanto religioni, politica ed economia, si sforzino di controllare persino i sentimenti, attraverso precetti morali e legiferino in materia di relazioni tra uomo e donna, non si può parlare con leggerezza, di una “normalità”, nelle relazioni tra uomo e donna.
Semmai, si potrebbe analizzare ciascuna situazione individuale e di coppia, e coglierne tratti comuni, magari maggioritari, ma che, non per questo, possano costituire punti di riferimento per tutti.
L’abilità del film, è sommare una molteplicità di situazioni, di contraddizioni, di incertezze, di paure e di desideri, nei quali ciascuno degli spettatori, almeno per un pezzetto, possa riconoscersi, e ridere di sé, guardandosi dall’esterno, o, se vogliamo, da dentro la testa dei protagonisti.
Anche quando si possa trattare di situazioni più o meno prevedibili, all’interno di un intreccio “romantico”, è consentito a ciascuno di rispecchiarsi, in un inciampo, o in un azzardo; in una goffaggine, o in una bugia che consenta, almeno nelle intenzioni, di accostarsi il più possibile, a quel che si pensa l’altro possa desiderare o aspettarsi. Chiunque, credo, possa desiderare d’essere accolto, nelle proprie contraddizioni, manchevolezze e limiti, ma anche d’accogliere, le improvvise tristezze di qualcuno, o il suo bisogno di tenerezza, o di lasciarsi andare.
Ecco allora che la mappa disegnata con abilità, parla a ciascuno, e a ciascuna, sciogliendo leggermente i veli di quel che, magari, non si sia abituati a dire, e certe volte neanche a pensare, impegnati come siamo a cercare di conformarci a quel che ci si aspetta da noi, o a rinserrarci dentro nostre gabbie autocostruite che, ci illudiamo, possano preservarci dal dolore o dalla perdita.
L’espediente cinematografico, del dar conto e ragione della vita aggrovigliata e pensierosa che si svolge dentro di noi, prima di diventare parole ed azione, vanta moltissimi precedenti: mi viene in mente, ad esempio, il Woody Allen che dà voce ad uno spermatozoo, in “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso, ma non avete mai osato chiedere”, e certo, la successione temporale di “FolleMente”, col film della Disney “Inside out”, che s’occupa però delle tempeste dell’adolescenza, ci dice come il regista Paolo Genovesi, possa, ancora una volta dopo “Perfetti sconosciuti”, aver colto una corrente di fondo, che meriterebbe magari d’essere un po’ analizzata.
Si potrebbe dire che lo sguardo del film si poggia su uno spicchio di umanità che ha introiettato la possibilità di guardare le cose da vari punti di vista; e questo sguardo parziale è il presupposto che consente di personificare una serie di atteggiamenti umani che, di solito, possono convivere in noi, dialetticamente, ed influenzare e determinare ciascuno, un comportamento, o una serie di comportamenti, o, addirittura, condurre al prevalere, più o meno sincero, di una possibilità tra le altre, stabilendo un “carattere”, o un atteggiamento prevalente, nel nostro modo di essere.
Ma questa non è certo la “normalità” del mondo, sempre più impestato da persone che pensano di poter ridurre l’intera realtà, al solo loro punto di vista.
Lo sguardo del film, pertanto, immagina che l’incontro tra quella donna e quell’uomo, sia un incontro tra due “maturità” sociali, in una certa misura rappresentative di un panorama urbano, e dotate di un livello culturale medio-alto. Forse, una volta si sarebbe detto di un film, che indagava una borghesia, ad esempio; ma oggi, certe affermazioni non si possono più fare, perché la società è radicalmente mutata nella sua composizione, accentuando la presenza delle persone agli estremi della scala -ricchi e poveri- e asciugando sempre più tutto quello che è nel mezzo, nel segno della preoccupazione per il futuro, in generale, e per il futuro delle proprie condizioni materiali, sempre più precarizzate.
Il mondo, intorno ai due protagonisti è distante, e la la ricerca di una relazione bella e importante, diviene quasi l’unico universo entro il quale tutti si muovono.
Un motore immobile, dal quale tutto misurare.
E forse, nella vita, per le persone “normali”, è così, ciascuna a proprio modo.
Il film mette a nudo quanto sia prevalente, in un’epoca di presunta comunicazione totale, lo smarrimento delle persone, di fronte alla possibile profondità nelle relazioni umane, e in quelle sentimentali in particolare. Quanto sia prevalente la paura di sbagliare, o di restare disillusi, tanto da impedire, quasi sempre, che ci si possa permettere la libertà d’essere fragili e nudi, e nudi, specialmente, perché abbiamo abbassato le nostre difese.
Naturalmente, è la rappresentazione comica, della propria insicurezza e dell’incertezza esistente, riguardo il confine, tra porsi un qualche scopo, nella relazione, ed il viverla invece senza riserve, a rendere sorridente tutto il tempo del film, perché nulla è così liberatorio, come avere il coraggio di ridere di sé stessi. Forse solo allora, potremmo dirci, e ascoltare, la verità.
Vien da pensare a quante sovrastrutture si debbano abbattere, in sé stessi e nell’altro, per poter entrare pienamente in contatto e comprendere appieno, e liberamente, se l’altro possa essere per noi l’incarnazione di quel che sogniamo e desideriamo; fosse anche per una sola notte.
Edoardo Leo, è un uomo che conosce il fallimento della propria relazione con la ex moglie, ma non incarna i clichè del maschio italiano di certi film minori degli anni ‘60 e ‘70; è anzi consapevole del ruolo della donna, e della sua emancipazione, per quanto incompleta, ma resta un patetico bugiardo, come tutti noi, quando dobbiamo mentire per non enfatizzare la nostra dipendenza dai rituali infantili, a partire dal calcio.
Pilar Fogliati, è una donna che conosce il femminismo radicale di Carla Lonzi, ma è disponibile a dare fiducia ad un uomo arreso che le sta davanti impacciato; ed è davvero simpatico, quando è la donna, a chiedere all’uomo ragione del suo incomprensibile modo di essere, rovesciando il trito luogo comune, secondo cui sarebbe impossibile capire le donne.
E’ solo difficile capirsi, per tutte e per tutti. Soprattutto se si resta in silenzio, e non si condividono le cose vere, anche quelle pesanti.
E le cose davvero belle, bisognerebbe saperlo, succedono solo quando s’abbia il coraggio di far parlare tra loro, ogni lato di sé stessi, con ogni lato dell’altra o dell’altro; quando cioè si sia capaci di dirsi davvero tutte le cose importanti, perché si è certi, che l’altro non le userà per farci male.
Anzi, perché si è certi che l’altro, o l’altra, non ci farà male comunque. Ed è una sensazione bellissima, che, perdere, è da menti folli.
Vale, andare a vedere questo cinema italiano, perché forse racconta certi nostri pensieri, meglio di tanti predicatori, ed in più fa sorridere e un po’ consola, che, di questi tempi, non fa malissimo.